cultura accessibilità

In un Paese come l’Italia, che vanta uno dei patrimoni culturali più vasti, stratificati e capillarmente diffusi al mondo, interrogarsi sul grado effettivo di accessibilità dei luoghi della cultura appare non solo opportuno, ma profondamente necessario.

Oltre a essere contenitori di bellezza e conoscenza, i musei, i siti archeologici, le biblioteche, i teatri e i centri espositivi sono dei veri e propri spazi pubblici, fondamentali per la costruzione dell’identità collettiva, della cittadinanza e del benessere sociale.

Per questo motivo è importante domandarsi quale sia effettivamente il grado di accessibilità di questi luoghi culturali. E riflettere su quali possono essere le barriere che interferiscono con la persona al momento della fruizione.

Cosa intendiamo quando parliamo di “accessibilità”?

Accessibilità1 è una parola che, nella sua origine etimologica, evoca il gesto umano dell’andare verso qualcosa, il movimento naturale che spinge la persona ad avvicinarsi a ciò a cui attribuisce un significato, a ciò che riconosce come desiderabile e necessario.

Il campo di significato del termine è molto vasto e non necessariamente implica un avvicinamento fisico. Può infatti comprendere accezioni più profonde, come un avvicinamento simbolico, emotivo, intellettuale o culturale, a seconda del valore che il soggetto stesso intende attribuirgli e dal contesto nel quale viene utilizzato.

Nel suo uso contemporaneo il termine si carica di una responsabilità prettamente etica e politica e restituisce una tensione profonda e collettiva a rendere un determinato bene comune, vissuto e abitabile, perciò non relegato a pochi ma condiviso da tutti, senza distinzioni o barriere.

In questo senso, l’accessibilità non è da intendersi solo come diritto astratto inscritto in testi normativi, piuttosto come condizione concreta e soprattutto imprescindibile che consente di trasformare la teoria in esperienza tangibile. 

L’accessibilità è perciò un concetto dinamico e relazionale, che richiede ascolto, cura, progettazione, nonché visione e coraggio. È l’inizio di un percorso di avvicinamento – fisico e simbolico – tra le istituzioni e le persone.

Quando parliamo di accessibilità culturale, non stiamo introducendo un tema marginale o settoriale, ma stiamo riportando al centro un diritto fondamentale, spesso dato per scontato. Trasliamo infatti il concetto di accessibilità in un ambito specifico, quello della cultura, nel quale ciascuno di noi esercita, consapevolmente o meno, una forma essenziale di cittadinanza.

Eppure, nonostante la sua importanza, l’accesso alla vita culturale continua a essere percepito da molti come un ambito secondario, opzionale e non prioritario.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 19482 è invece estremamente chiara su questo punto: all’articolo 27 afferma che «ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici».3

Cultura, arte e scienza non vengono quindi presentate come privilegi riservati a pochi, ma come beni indispensabili per condurre una vita piena, dignitosa e di qualità. 

Iniziare a parlare di accessibilità culturale significa, in definitiva, interrogarsi sull’importanza stessa del ruolo della cultura nel suo complesso all’interno della società. Significa chiedersi realmente chi oggi possa esercitare questo diritto e chi, invece, ne resta ancora escluso.

Perché in Italia non parliamo del “diritto alla cultura”?

Per rispondere a questa domanda è necessario interrogarsi prima sul concetto e sul significato stesso di “cultura”. Essa può anche intendersi nell’accezione di “patrimonio di conoscenza” derivante da studi accademici o librari. Ma in questo caso è necessario analizzarla piuttosto nel suo significato intrinsecamente antropologico.4

In antropologia infatti, la cultura è il complesso di saperi, tradizioni, artefatti, conoscenze tecniche e comportamentali non innate, ma apprese dall’uomo in quanto facente parte di una società. Le conoscenze possono essere trasmesse da generazioni antiche a nuove (si intende tale fenomeno come inculturazione) o tra diverse culture (in tal caso acculturazione). 

La cultura è perciò un sistema dinamico perpetuo che prevede già nel suo significato un motore fondante e scatenante, ovvero il continuo incontro e scontro tra diversità, usanze e tradizioni. In questo senso si può definire come “eredità”. 

Sebbene tutto questo sia già implicato nel significato teorico di cultura, per applicare tale accezione in maniera concreta ed effettiva (e dunque riuscire a far abbracciare dalla società il suo complesso di significati) bisognerebbe cambiare la prospettiva generale.

Bisognerebbe diffondere una nuova modalità di pensiero, che non intenda la cultura, e in particolar modo l’arte, come “possedimento”, piuttosto come diritto profondo e universale.

Quando si parla di “diritto alla cultura” o di “diritto all’eredità culturale” si fa riferimento alla facoltà riconosciuta a ogni individuo di avere la possibilità di accedere, partecipare e contribuire alla vita culturale della propria comunità.

Questo concetto consiste nell’avere l’opportunità di accedere alla conoscenza, all’arte, alla scienza e all’educazione, e di possedere il diritto di esprimersi liberamente attraverso la cultura, perciò di partecipare attivamente alla produzione e alla fruizione del patrimonio culturale materiale e immateriale. 

Spetta quindi allo Stato e alle istituzioni il compito di garantire a tutti, senza distinzioni, le condizioni per l’esercizio di questo diritto, assicurando che l’accesso alla vita culturale sia davvero possibile in maniera equa. Ma spetta anche ai singoli cittadini iniziare a comprendere l’importanza che la cultura stessa detiene all’interno della quotidianità e a pretendere questo diritto.

Solo in questo modo la partecipazione può diventare una scelta libera del cittadino, e non il risultato di barriere, limitazioni o esclusioni strutturali.

Perché è fondamentale parlare di accessibilità culturale oggi?

Il concetto di accessibilità ha conosciuto nel tempo un’evoluzione significativa, procedendo di pari passo con l’aumento della consapevolezza sociale, empatica e scientifica. Quantomeno nella società contemporanea, bisogna riconoscere come si sia affermata una crescente consapevolezza del fatto che l’inclusione non sia una concessione, ma un principio democratico e costituzionale obbligatorio e necessario, per assicurare una condizione equa a ogni cittadino.

Ma per comprendere davvero fino in fondo il significato e il valore dell’accessibilità all’interno dei luoghi della cultura, è necessario individuare e attraversare le specificità delle molteplici forme che l’esclusione vi può assumere. 

Rendere oggi accessibile un luogo culturale non significa più limitarsi all’abbattimento delle barriere architettoniche, che restano un problema concreto e tutt’altro che risolto, ma richiede uno sguardo più ampio e articolato, per notare anche quegli ostacoli meno evidenti, spesso invisibili, ma che incidono in modo altrettanto determinante sulla possibilità di partecipare alla vita culturale, che potenzialmente vanno a gravare anche sulla nostra stessa visione dell’arte.

L’accessibilità riguarda anche la dimensione sensoriale, quella cognitiva, linguistica, economica, sociale e culturale, e solo riconoscendo e affrontando nello specifico tutte queste forme di esclusione possiamo parlare di un’inclusione realmente diffusa – e sostanziale a spazi che, per loro stessa natura e funzione, devono appartenere a tutti. 

L’accessibilità, dunque, non può essere trattata come una concessione straordinaria o una voce marginale nel progetto museale, ma va riconosciuta come un principio strutturale e trasversale necessario che attraversa ogni ambito della progettazione culturale. Dall’allestimento fisico degli spazi alla comunicazione delle opere, fino alla formazione del personale e alle strategie di accoglienza.

Perché inclusione non è sinonimo di integrazione?

A conclusione del mio lavoro, ritengo rilevante ragionare su un’ultima questione di carattere sociale, sottolineando come il rendere accessibile un luogo sia importante per smuovere processi di inclusione e di integrazione sociale.

Bisogna infatti distinguere con chiarezza i concetti di inclusione e integrazione all’interno della società, spesso usati come sinonimi ma con significati profondamente differenti. L’inclusione sociale si riferisce a una condizione in cui ogni individuo ha la possibilità di vivere in un contesto differente da quello in cui è nato, rimanendo però nel totale rispetto dei propri valori originari e delle proprie scelte. In questo modo il soggetto può potenzialmente migliorare la propria qualità di vita, valorizzando al contempo le differenze personali e collettive all’interno della società.

L’integrazione, invece, riguarda l’inserimento di identità diverse all’interno di un unico contesto comune, nel quale è sempre garantita l’importanza della diversità attraverso l’assenza di qualsiasi forma di discriminazione.

In quest’ottica, l’integrazione viene intesa come un processo volto a garantire la coesione e la funzionalità stessa del sistema sociale, promuovendo l’equilibrio attraverso meccanismi di cooperazione e coordinamento tra i diversi individui, i loro ruoli e le istituzioni. 

Chiaramente c’è un significato di fondo che lega i due termini, e che si intende come la possibilità di vivere all’interno di una stessa società in maniera libera e senza discriminazioni. Ma la differenza sostanziale rimane nella possibilità di farlo avendo la scelta di integrare o meno la propria cultura, il proprio pensiero e le proprie tradizioni di provenienza. 

Il senso stesso dell’accessibilità, alla fine, viene racchiuso da questo equilibrio sottile, ma essenziale tra il potere andare verso e il sentirsi accolti in un luogo, da una società.

È così che si manifesta pienamente la funzione pubblica, democratica e universale della cultura, che da semplice eredità si fa presenza viva nella coscienza collettiva.

Flavia Martinelli

Flavia Martinelli nasce a Roma, dove vive e lavora.

Si laurea con 110 e lode in Beni Culturali presso l’Accademia di Belle Arti, con una tesi dedicata all’accessibilità e al diritto alla cultura, e tuttora continua la sua ricerca indagando una fruizione paritaria nei luoghi d’arte.

Ha partecipato come artista a esposizioni collettive, tra cui BAW | Bracciano Art Week e Arte Stella, ed è autrice del libro Accessibilità e Diritto alla Cultura.

Note

  1. La parola accessibilità [accessibilĭtas -atis], così come tutte le sue declinazioni, deriva dal tardo latino, e indica la caratteristica che può possedere un luogo, un concetto, una nozione o una persona di essere accessibile, ovvero di facile accesso o avvicinamento. L’aggettivo accessibile [accessibĭlis, derivato di accessum] indica dunque ciò che consente l’accesso, che può essere avvicinato o raggiunto. Cfr. https://www.treccani.it/vocabolario/accessibile/.

    ↩︎
  2. Il 10 dicembre del 1948 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si riunisce a Parigi e approva la Dichiarazione universale dei Diritti umani (o Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo), il primo documento con valore universale dove vengono elencati a livello etico i diritti specifici e infrangibili posseduti da una persona dal momento della sua nascita. La Dichiarazione è suddivisa in due macro aree: i diritti civili e politici, e i diritti economici, sociali e culturali. La Dichiarazione fa parte dei documenti di base delle Nazioni Unite.
    ↩︎
  3. Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, art. 27, Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 1948. ↩︎
  4. Edward Brunett Tylor (1832-1937), padre fondatore dell’antropologia moderna, insieme a Lewis H. Morgan e George Frazer, specifica la necessità di non limitare la definizione di cultura all’ambito dell’erudizione, coinvolgendo l’intero complesso di capacità e abitudini acquisite dall’uomo. ↩︎

Fonti

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