C’era una volta una ragazza seduta in una grande aula universitaria. Timida, impacciata ma famelica di conoscenza, decise, forse per evitare gli spifferi d’aria fredda provenienti dalla vecchia porta di legno della stanza – o forse per sentire in modo distinto e chiaro la voce della sua amata professoressa di filosofia moderna – di sedersi in prima fila.
Scelta inusuale. Di norma prediligeva con prudenza e meticolosità postazioni che le impedissero di incontrare lo sguardo della professoressa all’ora delle domande rivolte alla classe. Per un attimo ne rimase stupita.
Ma i pensieri sull’eccessiva esposizione pubblica scomparvero così come erano apparsi, lasciando spazio alla riflessione che quel giorno avrebbe tenuto vigile l’intera classe. Un uomo, un padre, un fervente fedele ritratto nella scelta che ha il potere di lasciare una platea di giovani ventenni con il fiato sospeso.
Il suo nome è Abramo e la sua storia racconta di te, di me, di noi, tanto nella notte dei tempi quanto nell’era di ChatGPT.
Chi è Abramo?
Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo, Abramo! Prendi tuo figlio, il figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moriah e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». Abramo si alzò di buon mattino, sellò l’asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per l’olocausto e si mise in cammino verso il luogo che Dio gli aveva indicato.
La Bibbia, Genesi 22, 1-181
Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo. Disse ai suoi servi: «Fermatevi qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi». Prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutti e due insieme. Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: «Padre mio! Dov’è l’agnello per l’olocausto?». Abramo rispose: «Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio». Arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato e Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò il figlio Isacco e lo depose sull’altare sopra la legna. Stese la mano, prese il coltello per immolare suo figlio, quando l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo! Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio. Ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».
Johannes de Silentio affronta lo scandalo di Abramo in Timore e tremore2 con la peculiarità di chi si presenta ai suoi lettori come un pensatore dilettante, privo sia del rigore filosofico – sconfessando l’aspettativa di avere in mano un sistema chiuso in se stesso ed esaustivo nella sua spiegazione – sia dello zelo esegetico che penetra la lettera biblica per ricavarne un simbolo comprensibile ai più.
Una presentazione curiosa, non trovate? A maggior ragione se nell’età a lui contemporanea una discussione filosofica attirava all’incirca lo stesso numero di persone che oggi un concerto di Taylor Swift.
Perché presentarsi in questo modo? È forse il precursore delle strategie social, dove il paradosso è il sovrano dell’attenzione? O è incline a eccessiva modestia e umiltà?
L’eccentrico scrittore non è uno stratega del marketing né qualcuno in preda a un momento di scarsa autostima, bensì Søren Kierkegaard che, con lo pseudonimo di Johannes de Silentio, intende mettere in guardia i suoi lettori dall’impervio tema che li accompagnerà.
De Silentio è la sua maschera creativa. Tanto con il nome quanto con la presentazione, Kierkegaard vuole significare la vertiginosa interrogazione «Chi potrà comprendere il gesto di Abramo?».3 Una domanda che, nell’istante in cui viene pronunciata, fa naufragare la ragione umana.
Il capogiro provocato dalla lettura di Abramo diventa ancor più vertiginoso se esprimiamo la domanda portante di Timore e tremore4 con l’avverbio mai. Chi potrà mai comprendere il gesto di Abramo?
“Mai” racchiude in sé la negazione radicale dell’avvenimento nel tempo.
Non sarà il progresso delle epoche a consentire la comprensione dell’episodio, né l’avvento di una formidabile e perfetta intelligenza artificiale. Perché il primo a non comprendere se stesso è Abramo.
Abramo è puntuale, integro, presente alla convocazione inaspettata del suo Dio
Abramo è fedele come chi interrompe la sua caotica giornata lavorativa solo per soccorrere un amico nella sua richiesta d’aiuto. Abramo è come l’ideale interlocutore del nostro telefono azzurro, disponibile a mettere in secondo piano le sue esigenze per esserci per l’altro.
Un’unica caratteristica isola la sua pronta risposta da quella di ogni altro. Esserci per il suo Dio significa sacrificare il proprio figlio.
Ma ecco il punto: Abramo è fede nella misericordia e bontà di Colui in cui crede.
E così, alla richiesta del suo Dio, si alza e si mette in marcia verso il monte Moriah. Senza che ripensamento, pianto o esclamazioni di sdegno o rabbia accompagnino la descrizione dei suoi gesti.
La potenza del Libro della Genesi sta proprio in questo silenzio: il testo descrive solo le azioni di Abramo, come se la sua fede non lasciasse spazio a tormenti e ripensamenti.
Abramo è marito e padre, sposo amorevole che darebbe la sua stessa vita per i suoi figli
Abramo è l’uomo che, pronto a ricevere l’affettuoso abbraccio del piccolo Isacco alle sue ginocchia, viene improvvisamente chiamato dal suo Dio per sacrificare proprio quel figlio, ciò che ha di più caro.
Isacco è l’unico figlio naturale dell’anziana coppia e porta il nome che in ebraico richiama il riso e la gioia, quella della madre che, sino alla sua nascita, si era creduta sterile.
La celata umanità del personaggio biblico viene scandagliata dalla penna del “dilettante scrittore danese”, dando voce a tutti i pensieri e tormenti interiori che la Genesi aveva lasciato ai margini delle sue pagine. Ora Abramo annega nel fiume dei propri pensieri, lacerato da domande, dubbi e sensi di colpa verso il suo dovere di padre. Il nodo alla gola all’idea di strappare a sé e a Sara il loro bambino lo getta così in un logorante tormento.
Chi è, dunque, Abramo? Il fervente fedele, il genitore amorevole?
Abramo è la sua scelta. La sua personale e irripetibile esistenza si definisce nell’atto stesso di scegliere.
Il libro della Genesi, così incentrato a mettere in primo piano la forza della fede, può far apparire la narrazione come uno svolgersi necessario e predeterminato degli eventi, originato, in ultima istanza, dall’unica volontà: quella divina.
D’altra parte la tormentata umanità della figura di Abramo, ritratta dallo scrittore danese, può far percepire il conflitto – sorto dall’inderogabile richiesta di essere il genitore o il devoto – come insuperabile, paralizzante e inestricabile.
Perciò, i tormenti descritti in Timore e tremore5 appaiono con parole che mischiano e confondono nelle stesse asserzioni l’universo religioso ed etico.
Ora il possibile peccato si rivolge al figlio e alla moglie, ora il possibile dovere mancato si rivolge a Dio.6
L’obbligo e il dovere appartengono alla sfera etica: la legge civile, la famiglia, ossia regole che abbiamo coscientemente e deliberatamente sottoscritto. Il peccato e la redenzione appartengono alla sfera religiosa – al rapporto assoluto con Dio.
Abramo, nel turbinio straripante dei pensieri, si domanda se non sia peccato venir meno al proprio dovere di padre, anche se questo gli è stato richiesto dal suo stesso Dio. A una lettura superficiale, questa domanda potrebbe sembrare sfacciata o superba – come se Abramo pretendesse di sapere meglio di Dio cosa sia peccato e cosa no.
Ma, se ci accordiamo il tempo di metterci in ascolto alla sua figura, pensare di commettere peccato, nonostante a ciò sia chiamato dal suo Dio, suona come il fragile tentativo di immettere un po’ di razionalità e senso pragmatico in una condizione che prepotentemente richiede una scelta dalla S maiuscola.7
Una scelta dalla S maiuscola mette in ombra tutte le altre lettere trasportandoci in un serpentino orizzonte di senso dominato dal silenzio, dalla solitudine e dalla testimonianza di de Silentio nella sua tragica incomprensione, propria di tutte quelle scelte che si caratterizzano per la loro incomunicabilità.
Ci sono scelte e scelte: alcune di queste hanno la S maiuscola
«Ci può essere un peccato più terribile?»8 domanda incessantemente il caos dentro il cuore di Abramo a ogni passo mosso per raggiungere la meta, finché non arriva il quarto giorno e con esso il momento del sacrificio.
Abramo è pronto. Lega il figlio Isacco, estrae il coltello. Ma un pensiero fulmineo del padre che fu irrompe nuovamente nella sua mente facendo tremare all’impazzata il vergine coltello stretto tra le mani.
«Sara dovrà tingersi il seno di nero, perché sarebbe cosa crudele che esso restasse desiderabile quando il nostro bambino non deve più trarne nutrimento».9
Con le ultime forze rimaste, si curva verso terra. Riprende in mano il coltello. Ripete tra sé e sé che è questo ciò che vuole essere: uomo di fede nel suo Dio, nonostante non possa giudicare la bontà della sua scelta come avrebbe fatto in altre circostanze, come avrebbe fatto se si fosse comportato come la sua abitudine gli ha insegnato sino a quel giorno.
È un pazzo Abramo? Colpito da demenza con l’arrivo dei settant’anni?
Sì, è un pazzo se pazzia significa vivere una vita senza la ragione calcolante, pragmatica e strumentale che esibisce le sue regole e i suoi calcoli sul tavolo condiviso della collettività.
Sì, è un pazzo se la pazzia è la più sincera forma di autenticità nell’abbracciare una vita fuori da ciò che la collettività decreta come normale e accettabile.
Tuttavia, Abramo è l’esatto contrario della pazzia che caratterizza chi non è più in grado di intendere e volere, come è l’esatto contrario di chi, per tarda età o per il conflitto che logora il suo animo, ha compromesso la propria facoltà di scelta.
Nell’improvvisa richiesta del suo Dio, Abramo sperimenta la possibilità di esistere nei suoi propri, personalissimi termini. Perché nello spazio temporale che intercorre tra il divino compito ricevuto e il gesto di infliggere la morte al proprio figlio, Abramo non è né genitore né fedele – è qualcuno in corso di definizione.
La potenza che scaturisce dal vivere in prima persona la determinazione della propria esistenza è pagata a caro prezzo. La sua stessa possibilità implica lo stordimento del giudizio e la conseguente perdita della sua amata consolazione – quella che è tanto più desiderata quanto più rischiosa è una scelta.
Quando compiamo una scelta azzardata, sappiamo in cuor nostro di poterci aggrappare ai pronostici, alle congetture o ai pareri che accompagnano la nostra decisione. Ci sentiamo compresi nel rischio che stiamo intraprendendo. Ad esempio, ci sentiamo titubanti quando giochiamo in borsa o rincorriamo un amore a discapito del nostro amor proprio – ma, allo stesso tempo, sappiamo di poterci giustificare con l’opinione di esperti o i consigli di amici e familiari.
Il prezzo della scelta di Abramo consiste propriamente nella perdita di questo conforto. Non può aggrapparsi alle congetturare o previsioni del discorso razionale, né alle rassicuranti parole di amici e familiari: Non so se questa persona faccia al caso tuo, ma capisco che tu ne sia innamorato/a…
E, soprattutto, perde la possibilità di giustificare se stesso ai propri occhi. Il vocabolario di Abramo, dinanzi alla decisione di sacrificare il figlio, è sprovvisto dei termini giustificare, convalidare, verificare, approvare – perché non esiste criterio scientifico, etico, previsione futura o parola amicale che possa placargli il battito del cuore:
Voglio essere uomo di fede nel mio Dio, nonostante non possa sapere se ho fatto bene come quando rispetto, con impegno e dedizione, i miei doveri di padre e marito.
L’inferno e il paradiso di Abramo si trovano, reciprocamente e simultaneamente, nella consapevolezza di non poter rispondere della sua scelta. È inferno prendere atto di come la nostra ragione soccomba dinanzi a certe scelte – trovarsi nella condizione mentale di non poter convalidare una decisione come, ad esempio, vantaggiosa, efficace, socialmente apprezzabile o importante per la famiglia.
Ma questo stesso inferno è anche la possibilità più alta e autentica di cui disponiamo per affermare la nostra irripetibile esistenza. Finché ci muoviamo nello spazio del socialmente comprensibile, sono i valori e le regole precostituite e precedenti a guidarci – non noi stessi.
Man mano che la condizione di Abramo viene descritta, emerge inevitabilmente un’obiezione. Se è vero che la più autentica modalità d’esistenza si verifica nella negazione del diritto, della morale e della società, perché non acclamare l’omicidio o gli atti terroristici?
La storia di Abramo non è finalizzata a delegittimare il diritto o a esaltare la cecità della violenza. Non agisce contro la società o contro la morale perché non cerca di imporre o rivendicare una nuova visione del mondo. Perciò, la sua storia racconta della fiducia e del coraggio richiesti dalle scelte in cui non c’è nessuno a dirci “Vai avanti così, è giusto quello che stai facendo!“
La scelta abramitica esprime la condizione di precarietà che contraddistingue la libertà umana quando nell’immaginazione quel che sarà appare torbido e oscuro. È una scelta solitaria, privata, incomunicabile.
Abramo e ChatGPT hanno in comune più di quanto pensi
Alla scettica obiezione bisognerebbe controbattere domandando: Chi sarebbe Abramo se la sua storia fosse laica e non divina?
Abramo siamo noi. Siamo noi ogni volta che compiamo quelle scelte con la S maiuscola, Scelte: silenziose, solitarie, in cui niente e nessuno può dirci “vai avanti così!”
Abramo è per Kierkegaard il più grande di tutti gli uomini perché è l’esemplificazione del timore e tremore esistenziale che solo l’esperienza religiosa può serbare. Secondo l’autore danese, è solo nel dialogo privato con il proprio Dio che si può sperimentare l’essere autori della propria vita.
Lo scacco matto della ragione rassicurante e, congiuntamente, la presenza di una salda e coraggiosa fede sono caratteristiche che, per lui, riguardano la vita del credente, non quella dell’ateo.
Diversamente, Abramo viene oggi ricordato perché si crede che il suo tragico episodio descriva l’arte della Scelta richiesta da ogni vita: atea, agnostica o credente.

La filosofa contemporanea Ruth Chang10 lo conferma con una definizione concisa e penetrante. Non tutte le scelte della nostra vita sono azzardate, rischiose, pragmatiche, funzionali, vantaggiose e moralmente o socialmente giuste/sbagliate, perché ci sono quelle in cui «neither alternative is better than the other overall».
Chi è dubbioso se lasciare un lavoro ben retribuito e sicuro per intraprendere una carriera artistica non può affidarsi a ChatGPT per inquadrare vantaggi e svantaggi, perché il criterio decisionale non riguarda ciò che è in sé meglio ma ciò che, per me, è meglio.
Chang racconta sprazzi e richiami della sua teoria nell’intervento TED How to make hard choices.11 La sua voce è vibrante, energetica, e le sue parole celebrano la vitalità delle situazioni in cui non esiste un criterio oggettivo ed esterno a cui affidarci per decidere. Lì e solo lì possiamo, finalmente, sentirci autori e protagonisti della nostra stessa vita.
How to make hard choices è l’antidoto contro lo stagnamento nella zona di comfort, mentre Abramo è simbolo dell’arte del vivere. La sua storia penetra nei nostri pensieri e muscoli perché non si limita semplicemente a esaltare la nostra facoltà di scelta. Abramo ci mostra il prezzo di quella libertà: il timore e il tremore che accompagnano ogni passo.
È l’arte che nasce dalla consapevolezza della vertigine di fronte all’ignoto e dal monito quotidiano di nutrire una fede salda in ciò che si è deciso, malgrado la nostra immaginazione naufraghi nel dipingere nella nostra mente il dispiegarsi della vita con quella scelta.
Chi sarà quella vita che persiste nella sua scelta, malgrado i no, i giudizi di pazzia e le paure? Nessuno lo sa, nemmeno lei. Ma ciò che conta è che persista.
Giulia Massa

Per passione e bisogno, scrivo articoli e riflessioni sulla nostra contemporaneità per non prenderci mai troppo sul serio e far sì che la filosofia sia un ingrediente necessario nella nostra quotidianità.
Note
- Genesi 22, 1-18, in La Sacra Bibbia, CEI 2008, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2008. ↩︎
- Kirkegaard S., Timore e tremore, Mondadori, Milano 2016. ↩︎
- Ivi, p. 14. ↩︎
- Ibidem. ↩︎
- Ibidem. ↩︎
- Ivi, p. 13. ↩︎
- Come si risponde a chi controbatte “Quindi, in soldoni, mi stai descrivendo una scelta irrazionale”? Con la domanda: “Esiste solo il razionale e il suo contrario, ovvero l’irrazionale?” Domanda, risposta e risposta… domanda. Il gioco senza fine della filosofia: se non svilisce, muove a scrivere un altro articolo. ↩︎
- Ivi, p. 13. ↩︎
- Ivi, p. 10. ↩︎
- Ruth Chang è professoressa di Giurisprudenza presso l’Università di Oxford e Professorial Fellow all’University College di Oxford. In precedenza è stata professoressa di filosofia presso la Rutgers University, New Brunswick, New Jersey, negli Stati Uniti. I suoi interessi accademici riguardano: la natura del diritto, la struttura dei valori e delle ragioni, la ragione pratica, l’agency, la razionalità, l’etica della popolazione, l’amore, l’impegno, il processo decisionale e il sé. https://www.philosophy.ox.ac.uk/people/ruth-chang, data ultima consultazione 11/12/2025. ↩︎
- Cfr. https://www.youtube.com/watch?v=8GQZuzIdeQQ, data ultima consultazione 11/12/2025. ↩︎


Agamennone è un criminale se decide di immolare Ifigenia per opportunismo politico. Abramo è nobilitato dal suo delirio religioso?
A parer mio, nessuno, che sia sano di mente e abbia una morale, potrà MAI comprendere Abramo, la cui vicenda mi appare come il tentativo di giustificare il più destabilizzante dei reati, l’infanticidio, da parte di un genitore, di grande attualità peraltro.
Grazie