Quando si parla di barriere all’accessibilità all’interno di spazi pubblici, l’esempio più lampante è sicuramente inerente alla sfera fisica

Dato che risulta così evidente, è anche quello che maggiormente si cerca di risolvere. Spesso attraverso soluzioni architettoniche inevitabilmente postume alla costruzione o all’allestimento di uno spazi. Questo avviene specialmente in Italia, dove gran parte degli spazi museali vengono eretti all’interno di palazzi e siti storici. Tali soluzioni sono principalmente incentrate sulla questione dell’accesso e del movimento al suo interno.

Così facendo si risolve solo parte del problema.

In un contesto culturale, rendere accessibile uno spazio implica ragionare sull’accoglienza: non solo entrare nel museo, ma viverlo, sentirsi accolti.

Per questo motivo è fondamentale sviluppare un ragionamento incentrato sulla qualità stessa della visita. E conoscere in profondità il fenomeno. Capire cos’è la disabilità fisica, quali situazioni possono crearsi e come costruire uno spazio agibile, senza alcun tipo di disagio.

Quali sono le problematiche principali che coinvolgono la sfera fisica?

In primo luogo, è necessario delineare cosa viene incluso nell’ambito stesso delle disabilità fisiche. Esse possono essere intese nel loro senso più stretto. E ciò include fattori legati all’età anagrafica o alla presenza di condizioni di difficoltà motoria (temporanee o permanenti). Queste limitazioni costringono il visitatore a una mobilità ridotta, talvolta rendendo necessario l’utilizzo di ausili per la propria mobilità.

Possiamo anche parlare della disabilità fisica in senso più ampio. E prendiamo in analisi tutte quelle difficoltà che coinvolgono direttamente i sensi: le disabilità senso-percettive

La percezione sensoriale rappresenta il primo e imprescindibile canale attraverso cui una persona entra in relazione con uno spazio. Avere difficoltà nella percezione visiva, uditiva, olfattiva o tattile significa compromettere o modificare significativamente l’esperienza. E ciò rende difficile, parziale – talvolta persino frustrante – l’interazione con lo spazio.

Il primo errore nell’affrontare queste barriere risiede proprio nell’attuale approccio alla risoluzione del problema. Ovvero nel considerare l’accesso a uno spazio come un’aggiunta secondaria. E invece è un principio fondativo della progettazione e della gestione dei luoghi pubblici.

Ogni barriera fisica irrisolta è il riflesso di una barriera culturale. Indica un’esclusione forzata che impedisce un totale e reale coinvolgimento a una grande parte della popolazione.

Per questo motivo è necessario iniziare a considerare le norme inerenti all’accessibilità non solo come imposizioni teoriche. Bisogna ragionare su come esse si riflettano concretamente in qualcosa di vivo e tangibile.

Per aprire lo spazio culturale a una dimensione più giusta, attenta, autenticamente democratica, bisogna riconoscere che la disabilità non è un’eccezione. È una condizione comune e realmente vissuta.

All’interno di un contesto culturale, le barriere fisiche e senso-percettive possono essere spesso superate intervenendo direttamente sulla modalità di allestimento, disposizione e presentazione degli oggetti. Con soluzioni accessibili che non alterano la natura dell’opera, ma che amplificano e adattano le possibilità di fruizione. Si parla in questo caso di design inclusivo. Ovvero un concetto di design che tiene conto della varietà delle percezioni umane fin dalla fase progettuale, senza affidarsi unicamente a strategie correttive a posteriori.

Chi ambisce a rendere uno spazio culturale davvero accessibile, deve quindi porsi costantemente domande su come viene vissuto e percepito l’ambiente da ogni visitatore, e adottare misure che rendano l’esperienza sensoriale chiara e pluralmente fruibile. In questo modo viene riconosciuto che la percezione, e di conseguenza la fruizione, non è un dato oggettivo e uniforme, ma una realtà soggettiva, filtrata da capacità, limiti e sensibilità diverse.

Le disabilità fisiche negli spazi culturali

All’interno dei contesti culturali le barriere fisiche rappresentano dunque uno degli ostacoli più lampanti e al contempo più insidiosi per una fruizione realmente inclusiva. Data la loro evidenza, sono anche le barriere su cui sembra più semplice intervenire, ma molto spesso lo si fa (seppure inconsapevolmente) in maniera errata o quantomeno incompleta.

Il superamento delle barriere fisiche non si basa unicamente sull’adeguamento delle strutture architettoniche. Riguarda l’intero sistema di inclusività degli spazi e la capacità del soggetto di sentirsi e muoversi a proprio agio all’interno degli stessi.

Per spiegare questo concetto, l’esempio più lampante è anche il primo che incontriamo. L’ingresso principale non risulta agevole per persone con mobilità ridotta, e perciò costringe all’utilizzo di percorsi o accessi secondari.

Apparentemente può sembrare di aver risolto il problema dell’accesso. Eppure non è stata considerata l’esperienza vissuta; la possibile compromissione della dignità e l’aumento della sensazione di disagio ed esclusione. Così come i percorsi troppo stretti o discontinui, anche la collocazione non studiata di teche e opere incide fortemente sulla possibilità di fruire delle collezioni con autonomia e completezza. A ciò si aggiunge l’assenza di un’adeguata segnaletica direzionale, di servizi igienici accessibili e di aree di sosta pensate per chi necessita di pause frequenti.

Tutto ciò riflette una concezione ancora troppo tradizionale degli spazi culturali, spesso più attenta alla presentazione scenografica dell’opera che alla relazione emotiva che essa può instaurare con il visitatore.

È proprio nella distanza, che inevitabilmente si crea tra il visitatore e l’opera esposta erroneamente, che si misura la reale necessità di tecniche mirate all’inclusione. La volontà di passare da uno spazio visitabile a uno spazio realmente abitabile.

In Italia, per ovviare a queste problematiche, sono state stilate e pubblicate dal Ministero della Cultura alcune misure standard1 che gli spazi culturali devono rispettare per realizzare una progettazione realmente inclusiva. Come la corretta pendenza delle rampe, la larghezza minima delle porte, dei corridoi e degli ascensori ecc. Il tutto in linea con i principi dell’Universal Design.2

La fruizione dell’arte passa unicamente attraverso la vista?

Senza alcun dubbio, la percezione sensoriale è il canale attraverso cui l’individuo entra in relazione con l’opera d’arte e con lo spazio espositivo.

Quando parliamo di disabilità senso-percettive, ci riferiamo a tutte le alterazioni o limitazioni legate ai cinque sensi (vista, udito, tatto, olfatto, gusto), che inevitabilmente modificano la percezione dell’ambiente circostante. Queste condizioni (includendo inoltre i casi in cui il soggetto presenti una pluridisabilità, ad esempio la sordocecità) pongono una serie di sfide progettuali, comunicative e relazionali. Sfide che richiedono risposte mirate e una nuova consapevolezza da parte non solo delle istituzioni, ma anche del pubblico.

Per questo motivo rendere il museo accessibile, non solo a chi vive ma anche a chi percepisce il mondo in maniera diversa, significa abbracciare un’idea più ampia di cultura. Un’idea capace di parlare attraverso molteplici linguaggi e di accogliere ogni visitatore nella sua unicità, per potergli donare la possibilità di vivere un’esperienza museale cognitiva e sensoriale autenticamente partecipata.

Nello specifico, nei contesti culturali le principali difficoltà che si possono riscontrare sono legate alla vista3 e all’udito. Tali difficoltà possono limitare la fruizione e dunque compromettere la possibilità stessa di vivere l’esperienza culturale in modo autentico e significativo.

La fruizione dell’arte è storicamente legata alla dimensione visiva.

Ciò impone oggi una riflessione più profonda e inclusiva: cosa significa davvero “vedere” un’opera?

È possibile “sentire”4 la bellezza attraverso altri linguaggi sensoriali, creando un accesso pieno, non subordinato a percorsi compensativi o marginali, ma integrato in un approccio museale universale?

In questo contesto si inseriscono gli studi di Yvette Hatwell,5 che si concentrano sull’utilizzo della percezione aptica6 (ovvero tattile) nella formulazione di immagini visive nella mente dei non vedenti.

Se unita all’utilizzo di descrizioni verbali correttamente redatte, la percezione aptica è il canale più semplice per costruire e richiamare immagini mentali di tipo spaziale.

Per questo motivo laddove possibile sarebbe opportuno offrire riproduzioni tattili delle opere, accompagnate da testi in braille e da audiodescrizioni, così da garantire un’esperienza multisensoriale e accessibile in maniera autonoma. In questo modo verrebbe creato un approccio estetico fruibile anche mediante il tatto, che risulterebbe realmente accogliente, piuttosto che alienante.

Un’ulteriore opzione è l’impiego dell’udito per ampliare le modalità di acquisizione degli elementi necessari alla costruzione di un’immagine mentale dell’opera.

Nonostante pratiche come l’audiodescrizione siano ormai diffuse nei siti di interesse storico-culturale, esse sono spesso pensate per un pubblico dotato di tutti e cinque i sensi e utilizzate come mezzo di arricchimento dell’esperienza o per rendere la visita più dinamica e coinvolgente.

Per le persone non vedenti l’audiodescrizione non è solo un complemento, ma uno strumento imprescindibile per accedere pienamente all’esperienza estetica.

È uno strumento che deve essere in grado di compensare la mancanza della percezione visiva, fornendo adeguate informazioni uditive, per restituire i contenuti originali nella loro interezza, e al contempo suscitare negli utenti una reazione intellettuale ed estetica che si avvicini a quella del pubblico vedente.

Per quanto riguarda invece le disabilità uditive, nel contesto culturale rimangono ancora troppo spesso ai margini della riflessione, complice l’idea diffusa (come già accennato) che l’esperienza artistica sia legata unicamente alla vista. Tuttavia, lo sviluppo dell’arte contemporanea e l’innovazione dei mezzi espressivi utilizzati dagli artisti hanno profondamente trasformato questa concezione.

Le persone con disabilità uditive non si trovano ad affrontare solo difficoltà legate alla comprensione dei contenuti audio, ma anche difficoltà nell’accesso alle informazioni e all’orientamento negli spazi.

Le visite guidate tradizionali, le audioguide non sottotitolate e i video privi di traduzione in Lingua dei Segni (LIS) rappresentano ostacoli significativi. Per questo motivo, un museo inclusivo dovrebbe prevedere soluzioni mirate nonché personale formato a interagire in modo empatico e accessibile, che sia in grado di trasformare l’esperienza culturale in un momento di scoperta autentica, aperto a tutti, al di là delle barriere dell’udito.

Capire e abbracciare tutte queste diversità permette di aprirci a una nuova prospettiva, che ci invita a ripensare il ruolo dei musei: da semplici contenitori di bellezza a luoghi in cui l’arte si esprime attraverso una pluralità di linguaggi e dove l’inclusione diventa un compito imprescindibile.

Flavia Martinelli

Flavia Martinelli nasce a Roma, dove vive e lavora.

Si laurea con 110 e lode in Beni Culturali presso l’Accademia di Belle Arti, con una tesi dedicata all’accessibilità e al diritto alla cultura, e tuttora continua la sua ricerca indagando una fruizione paritaria nei luoghi d’arte.

Ha partecipato come artista a esposizioni collettive, tra cui BAW | Bracciano Art Week e Arte Stella, ed è autrice del libro Accessibilità e Diritto alla Cultura.

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Note

  1.  Un esempio è rappresentato dalle Linee Guida per il superamento delle barriere architettoniche nei luoghi di interesse culturale (D.M. 28 marzo 2008). ↩︎
  2. L’Universal Design viene teorizzato dall’architetto statunitense Ronald Mace nel 1985 – in italiano Progettazione Universale, con la variante correlata Progettazione per tutti (in inglese Design for All) – ed è una metodologia progettuale (di spazi, prodotti, servizi e comunicazione) per la realizzazione di ambienti accessibili, utilizzabili e comprensibili da tutti, indipendentemente da età e abilità. ↩︎
  3. Le condizioni che possono intaccare la sfera visiva sono cecità e ipovisione. La cecità riguarda le condizioni in  cui la vista è gravemente compromessa, in maniera totale o con residuo visivo non superiore a 1/20 in entrambi gli occhi. L’ipovisione invece si colloca nel confine tra una situazione di visione e di cecità: un ipovedente ha un campo visivo inferiore al 60% ma superiore al 10%, ha quindi difficoltà nella percezione dei colori, della luce e dei contrasti, nella lettura e nel riconoscimento di immagini. ↩︎
  4. Contrariamente a quanto si pensa una persona cieca non necessariamente ha una diversa concezione della realtà e del mondo in confronto a una persona senza problemi visivi. Si attivano infatti nella mente processi di compensazione attraverso una ristrutturazione cognitiva che consente di acquisire competenze e conoscenze paragonabili a quelle dei vedenti, percorrendo però un cammino differente, fondato sull’impiego intensificato dell’attenzione, della riflessione e della memoria. La percezione della realtà e la sua configurazione avverranno quindi per immagini mentali, che sostituiscono le immagini visive. ↩︎
  5. Yvette Hatwell (1929) è una psicologa cognitiva e dello sviluppo, che svolge la sua ricerca con una particolare concentrazione per le persone non vedenti. ↩︎
  6. Essa è il frutto di due percezioni sensoriali diverse: il tatto e la cinestesia, due modalità complementari nella conoscenza e nella capacità percettiva dei non vedenti. ↩︎

Fonti

  • Baratta Adolfo, Conti Christina, Tatano Valeria, Manifesto lessicale per l’accessibilità ambientale. 50 parole per progettare l’inclusione, Anteferma Edizioni 2023.
  • Cataldo Lucia e Paraventi Marta, Il museo oggi, linee guida per una museologia contemporanea, Hoepli, Milano 2007.
  • CNR, Manuale di progettazione per l’accessibilità e la fruizione ampliata del patrimonio culturale, 2024.
  • Da Milano Cristina e Sciacchitano Erminia, Linee guida per la comunicazione nei musei: segnaletica interna, didascalie e pannelli, Quaderni Della Valorizzazione – Nuova Serie, 1. Direzione Generale Musei. 2015.
  • Galati Dario, Vedere con la mente. Conoscenza, affettività, adattamento nei non vedenti, FrancoAngeli, 1992.
  • Grassini Aldo, Per un’estetica della tattilità. Ma esistono davvero arti visive?, Armando Editore, 2015.
  • Neickel Caspar Friedrich, Museografia. Guida per una giusta idea ed un utile allestimento dei musei (1727), Clueb, 2005.
  • Tiberti Viola, Il museo sensoriale: l’accessibilità culturale e l’educazione artistica ed estetica per le persone con minorazione visiva nei musei del comune di Roma, Sapienza Università Editrice, 2020.
  • Cosa significa ipovisione e quali sono i sintomi?.
  • Piano per l’eliminazione delle barriere architettoniche (P.E.B.A.): un piano strategico per l’accessibilità nei musei, complessi monumentali, aree e parchi archeologici.
  • Ramadori Michela, Accessibilità museale e disabilità: dall’abbattimento delle barriere architettoniche (1971) al PNRR – Next Generation EU (2022-2026); ISSN 1127-4883 BTA – Bollettino Telematico dell’Arte, 15 Febbraio 2023, n. 935 Cfr: https://www.bta.it/txt/a0/09/bta00935.html; febbraio 2023.

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