Con la campanella di settembre, milioni di studenti italiani riprendono il ritmo tra verifiche, orari di ricevimento e lezioni.

Ma l’inizio dell’anno scolastico coincide inevitabilmente con il ritorno di una delle tradizioni più vivaci dell’adolescenza. Ovvero l’atto di saltare la scuola all’insaputa di genitori e professori.

Una piccola ribellione che, lungo la penisola, si traduce in una ricchezza idiomatica straordinaria, rivelandosi un prezioso osservatore sociolinguistico della frammentazione dialettale italiana.

Le metafore del lavoro: tagliare, segare, chiodare

​A una prima analisi etimologica, molte delle espressioni regionali affondano le radici nel lessico dei mestieri artigianali e contadini. In queste forme, infatti, l’evasione dalla scuola viene rappresentata come una brusca interruzione di un’attività continuativa.

Con l’espressione “fare sega”, utilizzata soprattutto nel Lazio, ​l’ipotesi più accreditata riconduce all’ambito della falegnameria.

La sega è lo strumento che divide la materia in due pezzi distinti; “fare sega” indica una spaccatura netta nella continuità della frequenza scolastica.

Un’altra teoria rimanda invece all’espressione “segare” nel senso di bocciare o tagliare via, traslato poi nell’atto di tagliarsi da soli dalle lezioni.

A Firenze e dintorni domina invece l’espressione “fare salasso”, metafora medica che indica un impoverimento o un’estrazione forzata. Nel resto della regione si riscontra anche “fare schiaffa”, termine derivato probabilmente dal germanico Sklaf o Sklap come colpire o mollare qualcosa, o dal gergo marinaresco con il significato di sottrarsi a un dovere.

In Lombardia ricorrono “fare chiodo” o “chiodare”.

Il chiodo richiama l’idea di piantare o, nel gergo commerciale storico, lasciare un debito non saldato (“fare un chiodo”); così come saltare la scuola equivale a lasciare un debito di presenza sul registro di classe.

A Milano è interessante l’espressione “bigiare”, che sembra derivare dal colore “bigio” (grigio) e potrebbe quindi assumere il significato di “dileguarsi”, “farsi di nebbia”.

Il dinamismo della fuga: saltare, bruciare, marinare

​Un secondo gruppo di espressioni sottolinea la componente dinamica o di spensierata dissipazione del tempo sottratto allo studio

“Marinare la scuola” è diffuso a livello nazionale fin dall’Ottocento (con attestazioni anche nel Pinocchio di Collodi). Il termine rimanda alla conservazione dei cibi sott’olio o sotto sale. Una possibile interpretazione vede lo studente che “marina’ in una condizione di attesa o sospensione.

Una linea etimologica alternativa fa riferimento all’espressione veneta marinar, legata all’andar per mare invece di restare a terra a lavorare.

In Piemonte si dice “bruciare” (o “farsi una bruciata”), che suggerisce il consumare il tempo rapidamente.

​Scendendo verso Sud, invece, la terminologia si arricchisce di sfumature cromatiche e metafore legate all’ambiente o al libero vagabondare

“Fare filone” è una delle espressioni più diffuse in Campania. L’origine può rimandare all’immagine del filo d’acqua che scorre via lontano dal fiume o alla filatura del pane. Chi “fa filone” si dipana dalla classe e vaga per la città.

In Puglia ​“fare salina” attinge direttamente dalla geografia economica del territorio. Le saline, storicamente luoghi di lavoro duro, diventano nel gergo studentesco una metafora di evaporazione e dispersione.

L’alunno “evapora” dall’aula come l’acqua al sole nelle vasche di raccolta.

Tra le etimologie più affascinanti figura poi il siciliano “fare calia”. La calia indica i ceci tostati, consumati tradizionalmente durante le feste di paese lungo le strade. Chi fa calia abbandona l’impegno scolastico per passeggiare senza meta sgranocchiando legumi, trasformando così le ore di scuola in un giorno di festa.

​In Sardegna “fare vela” può rimandare all’immagine della vela di una barca gonfiata dal vento, evocando il concetto di libertà ed evasione.

La varietà di termini per indicare la medesima azione testimonia la capacità dei registri giovanili di rielaborare la lingua locale e nnonostante l’omologazione linguistica prodotta dai media, queste forme resistono tuttora con tenacia nel parlato informale.

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