Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, continua la sua stretta sull’Europa, imponendo un nuovo limite per l’ingresso negli Stati Uniti. Un passaporto invisibile costituito dalla nostra identità digitale.
La recente proposta governativa depositata a dicembre 2025 obbliga infatti i visitatori stranieri che richiedono l’ESTA (il visto elettronico per turisti) a fornire alle autorità americane l’intera cronologia delle attività sui social media degli ultimi cinque anni,1 oltre a un lungo elenco di informazioni personali dettagliate.
In pratica, per entrare in America da turisti, sarà necessario mettere a nudo il proprio storico digitale completo.
Una notizia certamente interessante e critica. Si pone al centro di una lunga tradizione di pensiero sul rapporto tra potere, espressione individuale e controllo. E offre una riflessione che interroga i fondamenti etici e giuridici del sé nell’era della sorveglianza digitale.
La digitalizzazione del sospetto
La proposta di revisione del processo ESTA da parte dell’U.S. Customs and Border Protection (CBP), pubblicata sul Federal Register nel dicembre 2025, rappresenta l’attuazione operativa di una stretta voluta dall’amministrazione statunitense per incrementare il vaglio dei visitatori stranieri.
Il cambiamento più significativo per i cittadini dei 42 Paesi aderenti al Visa Waiver Program (tra cui l’Italia e la maggior parte delle nazioni europee) è la conversione della fornitura dei riferimenti ai social media da campo facoltativo a elemento di dato obbligatorio.
La quantità e la natura dei dati richiesti vanno oltre la semplice verifica anagrafica. I richiedenti devono fornire gli account utilizzati negli ultimi cinque anni. Questo permette un monitoraggio del dibattito online e del comportamento pubblico espresso sulla rete.
La proposta estende la richiesta a tutti gli indirizzi email (privati e di lavoro) utilizzati negli ultimi dieci anni e ai recapiti telefonici avuti negli ultimi cinque anni. Questi elementi sono considerati “ad alto valore informativo” (High Value Data) e permettono la ricostruzione del grafo sociale e comunicativo del richiedente.
Si richiede una lunga lista di informazioni personali sui familiari stretti (genitori, coniuge, fratelli e figli), inclusi luogo di nascita e residenza. Inoltre, è stato proposto l’inserimento di un selfie obbligatorio, funzionale al miglioramento del monitoraggio e dell’identificazione, e la potenziale raccolta futura di dati biometrici avanzati (DNA, impronte, dati dell’iride).
La raccolta combinata di questi elementi indica chiaramente che l’obiettivo è la creazione di un profilo comportamentale e relazionale esaustivo.
Il viaggiatore è costretto a disvelare non solo la sua identità formale, ma anche la sua intera identità digitale estesa e i suoi legami privati, una trasformazione epocale nelle procedure di vetting.
L’autorità statunitense giustifica l’espansione della raccolta dati in conformità con l’Ordine Esecutivo 14161 del gennaio 2025, il cui fine è la protezione degli Stati Uniti da minacce alla sicurezza nazionale e alla sicurezza pubblica.
Tuttavia, l’efficacia e l’equità di tali strumenti dipendono dal metodo di analisi. Il vetting massivo, operando su milioni di richieste, richiede l’impiego di sistemi automatizzati e potenziare dall’IA per l’analisi di pattern e il calcolo del punteggio di rischio.
Il vero problema risiede nell’esternalizzazione del giudizio. Quando l’interpretazione dei dati digitali è affidata a contractors privati e algoritmi, il rischio è che tali sistemi generino “falsi positivi” o applichino bias culturali, penalizzando ingiustamente i viaggiatori per contenuti innocui o per espressioni che, estrapolate dal contesto, assumono un significato errato.
Il risultato è che l’identità digitale diventa un insieme di “classificazioni algoritmiche” e “punteggi di rischio” che seguono l’individuo al di là delle piattaforme e dei confini.
Libertà e diritto all’oblio
L’essenza della libertà individuale risiede nella possibilità di evolvere, di correggere il tiro, e di non essere incatenati per sempre alle opinioni espresse in passato.
Il diritto alla riservatezza, lo ius excludendi alios, è il diritto di delimitare la sfera intima e di proteggerla dall’ingerenza esterna, sia essa pubblica o statale.
Nell’era digitale, tuttavia, i social media hanno generato un “eterno presente”, dove ogni parola è registrata e archiviata. La proposta ESTA sfrutta questa permanenza: essa trasforma il passato volatile e spesso irriflessivo della comunicazione online in un fardello giuridicamente rilevante, imponendo un giudizio di valore sulla persona che eravamo cinque o dieci anni fa. Si nega, in sostanza, il diritto all’oblio.
Il diritto all’oblio non è una mera cancellazione tecnica dei dati; è il diritto etico alla redenzione e alla catarsi. Riuscire a eliminare notizie e contenuti diffusi online è, per ammissione degli stessi esperti, “estremamente complesso e difficile”. Quando uno Stato rende obbligatoria l’esposizione di questo archivio permanente, esso istituisce una forma di giudizio retroattivo sulla vita privata, minando la libertà di espressione e, soprattutto, la libertà di cambiare.
Di conseguenza, il cittadino è indotto a una pesante autocensura preventiva, sapendo che ogni post o interazione può essere interpretata, un domani, come un segnale di rischio.
Un potere algoritmico
I social media, benché percepiti come spazi di libera espressione, sono stati da tempo riconosciuti come primari strumenti di sorveglianza e controllo sociale. Il potere più inquietante della nuova normativa è la delega della valutazione del rischio a piattaforme algoritmiche.
Questi strumenti di vetting analizzano milioni di messaggi e dati alla ricerca di red-flag indicators (come discorsi d’odio o affiliazioni a movimenti violenti) per costruire un profilo di rischio. Ma l’analisi automatizzata opera in base al verosimile, non alla verità ontologica.
L’intelligenza artificiale, addestrata a identificare schemi, non è in grado di comprendere l’ironia, la satira, o il contesto culturale e politico complesso di un dibattito.
Il rischio sistemico è la creazione di un sistema di giustizia basato sull’apparenza, che può confondere un cittadino legittimamente critico con una minaccia.
Poiché i criteri di profilazione e i punteggi di rischio rimangono opachi e sono spesso gestiti da enti privati, l’individuo non ha modo di contestare la base del giudizio che lo etichetta.
Si assiste così a una militarizzazione dei dati personali dove la sicurezza, anziché fondarsi su prove circostanziate, si basa su una metrica del sospetto indefinita e potenzialmente arbitraria.
Da ospite a nemico
La riflessione sulla libertà e sullo straniero ci riporta ai fondamenti della filosofia politica.
Kant2 definì l’ospitalità come un diritto. Come il diritto dello straniero a non essere trattato come un nemico al momento del suo arrivo. Questo principio è il fondamento etico per una civiltà basata sul rispetto e sull’accoglienza.
Tuttavia, l’applicazione del vetting ESTA erode tale fondamento. Jacques Derrida3 ha esplorato la tensione tra l’ospitalità incondizionata e l’ospitalità condizionata.
L’attuale crisi digitale impone una condizione di ospitalità senza precedenti: non basta il passaporto formale; si esige la piena trasparenza dell’esistenza digitale.
Il controllo massivo e preventivo sulla vita social, motivato da un’ansia securitaria, trasforma il viaggiatore, alleato e ospite, in un potenziale nemico. La politica impone la rinuncia alla delimitazione delle soglie tra privato e pubblico, tra cittadino e non cittadino, prima di consentire l’accesso allo spazio ospitante.
In questo modo, il principio di base dell’ospitalità kantiana viene svuotato: il diritto di non essere trattato come nemico è subordinato alla dimostrazione, tramite la sorveglianza del passato, di non esserlo. Si consolida così una cultura del sospetto su scala globale.
La paura dello straniero e l’ansia di sicurezza, amplificate e deformate dalla politica urlata e mendace, agiscono come un “allucinogeno” nella sfera collettiva. L’unico rimedio duraturo contro la paura è la cultura.4
Riscoprire il senso profondo della cultura animi,5 come inteso da Cicerone e Socrate,6 significa tornare a valutare ciò che è bene per la formazione integrale dell’uomo. Di fronte alla potenza tecnica anonima che tenta di invadere la nostra privacy, la resistenza non può essere solo legale, ma deve essere filosofica e antropologica.
È essenziale che le società democratiche e umanistiche continuino a interrogare criticamente i fenomeni digitali, opponendo alla logica del controllo preventivo e della profilazione algoritmica i principi di dignità e proporzionalità. Ma, soprattutto, il fondamentale rispetto per lo straniero e per la sua libertà di non essere definito dal suo passato digitale.
La sicurezza è un valore irrinunciabile, ma non può essere perseguita al costo della fiducia e della rinuncia alle libertà fondamentali.
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Note e sitografia
- Cfr. https://www.alground.com/site/esta-cinque-anni-di-social-per-entrare-negli-usa/61362/. ↩︎
- I. Kant, Per la pace perpetua, Feltrinelli, Milano 2013. ↩︎
- J. Derrida, Sull’ospitalità, Dalai Editore, Milano 2000. ↩︎
- Cfr. https://www.uil.it/immigrazione/NewsSX.asp?ID_News=9258. ↩︎
- “Cultura animi” ovvero “coltiva il tuo spirito” è una citazione di Cicerone che ricorda il doppio significato del termine cultura. Il primo, più antico, indica la propria formazione individuale la quale tende a cercare l’equilibrio dell’uomo nelle sue componenti (corpo e anima) e a renderlo un cittadino virtuoso. Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Cato_Maior_de_senectute. ↩︎
- Cfr. A. Stavru, Socrate e la cura dell’anima, Marinotti Editore, Milano 2009. ↩︎

