Ogni grande narrazione si fonda su una promessa: che l’ultima pagina, l’ultima inquadratura, restituiscano senso a ciò che le precede.

È una promessa antica quanto la letteratura occidentale. Aristotele, nella Poetica, dice infatti che un’opera è tale solo se possiede «un principio, un mezzo e una fine», e che la fine non è una mera conclusione, ma un compimento.

Eppure, proprio nel momento in cui si dovrebbero raccogliere le fila del racconto, spesso l’arte inciampa.

Il finale deludente non è un incidente marginale, ma una ferita strutturale, capace di agire retroattivamente sull’intera opera e alterarne il senso.

Il finale deludente nel cinema e nelle serie TV

Nelle moderne serie TV questo fenomeno si moltiplica. Stranger Things, ad esempio, incarna in modo emblematico il peso del finale annunciato.

La serie dei fratelli Duffer ha costruito il proprio mito sull’evocazione nostalgica e sull’equilibrio tra horror e romanzo di formazione. Ma più una narrazione prolunga il proprio incanto, più il finale diventa un banco di prova spietato.

Non basta “chiudere” le trame, occorre giustificare l’attesa, tenendo conto che il pubblico non teme la tragedia, ma l’arbitrio. Non rifiuta la fine amara, ma quella gratuita e senza senso.

Sempre tra le serie TV, un altro caso di finale deludente è quello di Game of Thrones, il cui epilogo ha generato una frattura insuperabile tra l’opera e gli spettatori. E anche qui non tanto per la scelta di finali cupi o di destini infelici, quanto invece per la sensazione di una chiusura affrettata e di un tradimento nei confronti della storia.

Gli epiloghi letterari tra libertà e limiti

Anche la letteratura conosce da sempre questo rischio. Il processo di Kafka, interrotto e consegnato con un finale che è insieme potentissimo e incompiuto, deve gran parte della sua forza proprio all’impossibilità della chiusura. Ma non sempre l’incompiutezza è volontaria e poetica come in questo caso.

Ne Il giovane Holden il finale sospeso di Salinger ha deluso alcuni lettori in cerca di una redenzione esplicita del protagonista e di una sua maturazione. Anche se per altri proprio quell’assenza di catarsi preserva l’onestà del personaggio.

La delusione, qui, può nascere dallo scarto tra aspettativa morale del lettore e coerenza artistica.

Più controverso è il destino di opere come 1984 di George Orwell, il cui finale continua a spiazzare. È un epilogo che non consola, non riscatta. E proprio per questo diventa memorabile portando l’opera, se possibile, a un livello ancora più alto.

Si comprende dunque che il finale deludente non è necessariamente quello infelice, ma quello che non nasce organicamente dall’opera. Umberto Eco, riflettendo sull’“opera aperta”, insegna come un testo viva della collaborazione del lettore.

Ma anche questa apertura ha bisogno di un limite, di una soglia che non appaia arbitraria. Senza questa soglia, il finale si riduce a un gesto tecnico, che perde ogni poesia.

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