cime tempestose

Con il suo “Cime tempestose”, Emerald Fennell prosegue coerentemente il percorso autoriale già tracciato in Una donna promettente e in Saltburn, firmando un’opera che non si misura con la fedeltà al capolavoro di Emily Brontë, ma con la capacità di riproporne l’energia tragica attraverso un linguaggio estetico radicalmente contemporaneo.

Sin dalle prime sequenze appare infatti evidente come l’intento della regista non sia quello di illustrare il romanzo, ma di attraversarlo.

L’adattamento diventa così un gesto critico e un vero e proprio atto di appropriazione. La brughiera non è lo sfondo romantico sul quale si sviluppano le vicende dei protagonisti, ma uno spazio psichico. Così come la tempesta diventa la proiezione visiva del desiderio che consuma Catherine e Heathcliff.

L’estetica del perturbante

Uno degli aspetti più riusciti del film è senza dubbio la costruzione estetica. Fennell lavora per contrasti cromatici netti e per composizioni che spaziano tra il videoclip, il melodramma ottocentesco e le atmosfere gotiche.

I colori saturi, cifra già evidente negli altri lavori della regista, mantengono il loro valore simbolico. Il rosso è l’irruzione del desiderio e della violenza, il bianco evoca ambiguità e sospensione, il nero rimanda al lutto e all’ossessione reciproca che caratterizza i protagonisti.

La regia insiste sui dettagli. Mani sporche di terra, respiri trattenuti, sguardi che non trovano pace.

Il montaggio alterna lentezza contemplativa e scatti improvvisi, producendo un ritmo emotivo irregolare che rispecchia l’instabilità dei due amanti.

La fedeltà che interessa a Fennell non è narrativa ma affettiva. Ciò che viene preservato del grande romanzo sono le passioni sregolate (l’amore, ma anche l’odio, la vendetta, il senso di colpa) e non la sua struttura narrativa.

L’amore come ossessione

Al centro del film vi è l’amore pazzo tra Catherine e Heathcliff, rappresentato come forza distruttiva e insieme necessaria.

Fennell accentua l’aspetto compulsivo del legame, quasi patologico, e lo sottrae a ogni tentativo di reprimerlo, mostrando chiaramente allo spettatore (proprio come Emily Brontë ha fatto con i suoi lettori) come l’amore vissuto con tale intensità distruttiva non eleva e non guarisce, ma consuma e umilia.

I due protagonisti non vivono un amore fondato sull’incontro tra due individualità distinte, ma su un’identificazione radicale. Nel loro legame non c’è scoperta dell’altro, ma un vero e proprio rispecchiamento. Ognuno vede nell’altro la propria mancanza, la propria ferita originaria, la stessa esclusione e lo stesso desiderio inappagabile.

Per questo il loro rapporto non è complementare ma speculare. Non si completano, si riflettono e si cercano incessantemente per confermare ciò che già sono: due soggettività irrequiete, incapaci di misura, che cercano nell’altro se stessi e la prova tangibile della loro sofferenza.

La macchina da presa li avvolge, li stringe, talvolta li soffoca. I loro corpi sono ripresi in una prossimità quasi invasiva, come se lo spettatore fosse chiamato a partecipare a quell’eccesso emotivo.

Non c’è spazio per la misura: tutto è amplificato teatrale e consapevolmente sopra le righe. Ed è proprio in questa scelta che risiede la forza dell’adattamento.

L’abisso pop di Emerald Fennell

Lontana dall’idea di trasposizione come fedeltà, la regista adotta un approccio che potremmo definire postmoderno: il testo originario viene assunto come mito da riattivare, non come classico da venerare.

La brughiera diventa così un luogo mentale, quasi astratto; il tempo storico si fa ambiguo, sospeso; i costumi dialogano con l’Ottocento ma non rinunciano a una stilizzazione contemporanea.

L’effetto complessivo è quello di una fiaba gotica filtrata attraverso una sensibilità pop e decadente, a tratti grottesca.

Cime tempestose” di Emerald Fennell non è quindi un adattamento per puristi, ma una riscrittura audace che privilegia l’intensità emotiva alla ricostruzione filologica. La sua forza risiede nell’estetica ricercata, nella coerenza autoriale e nella capacità di rendere l’amore dei protagonisti non un sentimento edificante, ma un abisso nel quale perdersi.

Iscriviti alla newsletter per non perderti
curiosità e approfondimenti sul mondo editoriale!

Offrici un caffè su Tipeee

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *