Il ritorno del gotico nella cultura contemporanea non può essere compreso se non a partire dalla sua originaria vocazione critica.
Prima di essere un repertorio di atmosfere cupe, castelli in rovina e apparizioni spettrali, il gotico è stato infatti fin dalle sue origini, una forma di pensiero analitico, capace di mettere in crisi l’ottimismo razionalista e le promesse della modernità nascente.
Le origini critiche del gotico
In un grande classico come Frankenstein ciò appare con chiarezza.
Il romanzo non si limita a raccontare il folle esperimento di uno scienziato.
Pone infatti interrogativi profondi sulla legittimità stessa del progetto illuminista, mostrando come anche la ragione possa generare mostri.
La Creatura di Frankenstein non è solo un abominio, ma una domanda incarnata: chi è responsabile di ciò che grazie alla scienza si produce?
Analogamente, Draculamette in scena una paura che è al contempo biologica, culturale e politica.
Il vampiro non è solo un predatore notturno, ma può simboleggiare l’irruzione dell’alterità nell’Impero britannico, il timore di una contaminazione che destabilizza identità, confini e gerarchie.
In un’epoca segnata dall’espansione coloniale e dalle sue contraddizioni, il gotico diventa così lo strumento culturale con cui l’Occidente elabora il ritorno di ciò che ha espulso o dominato.
Si potrebbe risalire ancora, fino a Il castello di Otranto, spesso considerato il testo inaugurale del genere.
Qui il gotico si configura già come una critica dell’autorità e della legittimità dinastica. I fantasmi che infestano il castello non sono semplici presenze soprannaturali, ma segni di una colpa originaria che mina l’ordine politico.
Il passato, lungi dall’essere sepolto, ritorna come forza destabilizzante, rendendo impossibile una narrazione lineare del potere.
Il mostro come sintomo storico
Questi testi condividono un tratto fondamentale: il mostruoso non è mai casuale. Esso è sempre il sintomo di una contraddizione storica, il luogo in cui si condensano tensioni sociali, paure collettive e conflitti ideologici.
Il gotico, in altre parole, è una forma di conoscenza indiretta: ciò che non può essere detto apertamente trova espressione nella figura del fantasma, del vampiro, della creatura artificiale.
Ed è proprio questa funzione del genere che sembra riattivarsi nella contemporaneità. Tuttavia, mentre il gotico classico si confrontava con la nascita della modernità, quello contemporaneo si misura con la sua crisi e, forse, con il suo esaurimento.
Le paure di oggi non riguardano più solo l’eccesso di razionalità o l’irruzione dell’altro, ma una più radicale perdita di orientamento e la sensazione che le strutture stesse del reale siano diventate instabili e fuori controllo.
Il perturbante oggi
In questo contesto, il ritorno del gotico, più che un recupero stilistico, appare come una necessità espressiva. Le forme del perturbante permettono di dare figura a ciò che eccede le categorie disponibili: crisi ecologiche che sfuggono alla percezione immediata, trasformazioni tecnologiche che ridefiniscono il concetto di umano, precarietà sistemiche che dissolvono ogni orizzonte di sicurezza.
Il mostro contemporaneo non è più unicamente l’altro, ma ciò che emerge quando i confini stessi dell’umano diventano incerti.
Il cinema recente ha saputo intercettare questa trasformazione, spesso spostando il centro dell’orrore dall’esterno all’interno. Spesso ciò che ci inquieta non sono castelli e paesaggi desolati, ma corpi, relazioni, strutture familiari.
Il gotico diventa così uno strumento per interrogare i dispositivi di potere che attraversano la vita quotidiana. In opere contemporanee, come La sposa!, si nota come il luogo privilegiato del conflitto sia diventato oggi il corpo stesso, inteso come spazio di costruzione, controllo e possibile resistenza.
Ciò che distingue il gotico contemporaneo dal suo antecedente non è dunque la perdita della dimensione politica, ma il suo spostamento. Se un tempo il conflitto si articolava attorno a grandi narrazioni (il progresso, l’Impero, la scienza) oggi si manifesta in forme più diffuse e pervasive, spesso difficili da nominare.
Il gotico risponde a questa difficoltà offrendo un linguaggio dell’eccesso e della deformazione, capace di rendere percepibile ciò che altrimenti resterebbe astratto.
Non si tratta, allora, di un semplice ritorno. Piuttosto, il gotico si conferma come una forma persistente di pensiero critico, che riemerge ogni volta che un’epoca si trova a fare i conti con le proprie ombre, e se oggi questo genere appare particolarmente necessario, è forse perché le ombre che ci circondano non sono più proiettate da un esterno minaccioso, ma generate dall’interno stesso delle strutture che abitiamo.
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