Schettini

Il caso di Vincenzo Schettini, il volto dietro il fenomeno social La fisica che ci piace, ha riacceso un dibattito profondo sulla natura dell’insegnamento e sul valore della cultura nell’era digitale.

Al centro della bufera c’è la sua metodologia didattica, ma anche una visione filosofica del sapere che sembra scontrarsi con i principi di gratuità e accessibilità universale dell’istruzione.

Le origini della polemica: la cultura “al supermercato”

Tutto nasce da un’intervista al podcast BSMT di Gianluca Gazzoli, dove Schettini ha lanciato una provocazione destinata a far discutere: la possibilità per i docenti di offrire contenuti online a pagamento.

«Perché un buon prodotto deve essere in vendita in un supermercato, ma la buona cultura non deve essere in vendita?», ha dichiarato, aggiungendo che bisogna uscire dal “cliché” della conoscenza sempre gratuita.

Sebbene il professore abbia poi tentato di correggere il tiro, distinguendo il diritto costituzionale all’istruzione scolastica (gratuita) dal consumo culturale extra-scolastico, le sue parole hanno scoperchiato un vaso di Pandora.

Molti si chiedono oggi dove finisca il ruolo pubblico del docente e dove inizi l’interesse privato del content creator. Specialmente dopo le testimonianze di ex alunni che descrivono un metodo didattico in cui i confini tra le due sfere apparivano decisamente sfumati.

Oltre la scuola: il metodo sotto accusa

Da un lato i rappresentanti d’istituto del “Luigi dell’Erba” difendono con fermezza il professore, definendolo empatico e innovativo; dall’altro emergono racconti di segno opposto.

Ex studenti e genitori parlano infatti di un sistema di “incentivi” discutibile. Voti alzati a chi commentava i video su YouTube, lezioni dedicate alla registrazione di contenuti per i social e una reperibilità del docente condizionata dalle sue attività extra-scolastiche.

Questi racconti pongono un interrogativo etico fondamentale: può un docente della scuola pubblica utilizzare la propria autorità e il tempo della didattica per alimentare un business personale.

Il fenomeno dei “TeachToker” sembra aver trasformato la classe in un set e gli studenti in comparse (o operatori video) per una scalata al successo che passa per l’economia dell’attenzione.

L’ospitata a Sanremo

In questo clima di tensione, la partecipazione di Schettini alla quarta serata del Festival di Sanremo 2026 è stata in dubbio fino all’ultimo. Smentite le voci di un forfait, il professore è salito sul palco dell’Ariston portando la fisica nel tempio della musica.

Davanti a Carlo Conti, ha illustrato il principio di conservazione dell’energia, spiegando come la vibrazione delle corde si trasformi in energia cinetica e infine in emozione elettrica nel cervello.

Ha poi toccato temi sociali delicati, parlando di fragilità giovanile e del rischio delle dipendenze – da quelle digitali a quelle da sostanze – esortando i genitori a recuperare il dialogo con i figli per proteggerli dalle insidie di un mondo sempre “a portata di clic”.

Tuttavia, proprio il palco di Sanremo evidenzia la contraddizione di fondo. Se da un lato Schettini usa la sua enorme piattaforma per sensibilizzare su temi etici, dall’altro la sua tesi sulla “cultura a pagamento” rischia di minare le basi della coesione sociale.

La cultura non è una merce

Il nodo centrale della questione Schettini risiede proprio nella filosofia che sottende le sue parole: l’idea che la cultura debba essere trattata come un prodotto da supermercato.

Questa visione, puramente mercantile, rischia di svuotare il concetto stesso di conoscenza, riducendola a un privilegio per chi può permettersela.

Contrariamente a quanto sostenuto da Schettini, la cultura non è un bene di consumo come un pacco di pasta o uno smartphone.

Essa è l’infrastruttura invisibile su cui poggia una democrazia sana. Sostenere che la “buona cultura” debba essere in vendita significa accettare implicitamente che chi non ha i mezzi debba accontentarsi di una cultura di serie B, o peggio, rimanerne escluso.

La cultura come bene comune

Se l’istruzione è un diritto, la cultura ne è il respiro necessario. Limitare l’accesso ai contenuti culturali attraverso paywall o logiche di mercato trasforma il sapere in uno strumento di discriminazione sociale.

Una società che mette il prezzo sulla conoscenza è una società che rinuncia a far crescere tutti i suoi cittadini allo stesso modo.

La tecnologia e il web dovrebbero essere i grandi livellatori, strumenti per abbattere le mura dei musei e delle biblioteche, non nuovi caselli autostradali dove pagare un pedaggio per pensare.

Il ruolo del docente: educatore o imprenditore?

L’insegnante non è un venditore di nozioni, ma un mediatore di senso. Quando un docente inizia a percepire i propri contenuti come “prodotti”, il rapporto educativo si incrina.

La missione del pubblico ufficiale della scuola è garantire che il sapere sia diffuso senza riserve.

Se la logica del profitto entra in aula, l’etica dell’insegnamento ne esce sconfitta. La priorità non sarà più la crescita dello studente, ma il posizionamento del brand.

L’accessibilità come dovere morale

Proprio perché viviamo in un’epoca di sovrabbondanza informativa, la “buona cultura” deve essere la più accessibile di tutte per contrastare la disinformazione e il degrado culturale.

Chiedere che la cultura sia gratuita o facilmente accessibile non è un “cliché” ingenuo, ma una rivendicazione politica e sociale. È la garanzia che il figlio di un operaio abbia le stesse possibilità intellettuali del figlio di un manager.

La sfida dei prossimi anni non sarà quindi capire come monetizzare la conoscenza online, ma piuttosto come rendere l’eccellenza culturale un patrimonio realmente condiviso.

La cultura non deve stare sugli scaffali di un supermercato, ma deve essere come l’aria: disponibile per chiunque abbia voglia di respirarla.

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