Uno, nessuno e centomila

Quest’anno ricorre il centenario della pubblicazione di Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello. Un’opera che può essere letta non solo come il compimento della parabola narrativa dell’autore, ma come uno dei testi fondativi della letteratura moderna.

Se il teatro pirandelliano ha reso celebre la metafora della maschera, è proprio in questo romanzo che la riflessione sull’identità giunge alla sua forma più completa.

Uno, nessuno, centomila: il problema dell’identità

Per un commento della moglie, il protagonista Vitangelo Moscarda scopre di avere il naso leggermente storto, e da questa rivelazione si avvia un processo di disintegrazione del suo Io.

L’immagine che egli aveva di sé si frantuma progressivamente, perché scopre di apparire diverso agli occhi degli altri. La sua identità si rivela così irriducibilmente plurale

Il romanzo, pubblicato nel 1926, descrive appieno la crisi novecentesca del soggetto.

Dopo la frattura prodotta dalla prima Guerra mondiale e il declino delle certezze positivistiche, l’identità non appare più come sostanza compatta, ma come una costruzione instabile e relazionale. Pirandello porta alle estreme conseguenze tale intuizione.

Moscarda comprende di essere “centomila” per gli altri e, proprio per questo, “nessuno” per sé. L’unità dell’Io si rivela così una finzione, per quanto necessaria.

Definire la libertà

L’esito del romanzo, però, non è meramente nichilistico. La distruzione dell’identità borghese non conduce solo alla disperazione. Può infatti trasformarsi in una forma di liberazione: sottrarsi alle definizioni significa anche sottrarsi alla rigidità dei ruoli.

L’Io, privato della sua pretesa consistenza, si apre a una dimensione fluida, quasi impersonale, in cui la vita supera le forme che tentano di imprigionarla.

In questa prospettiva, Uno, nessuno e centomila non è soltanto un romanzo sulla crisi individuale, ma una riflessione sulla modernità. Pirandello, premio Nobel nel 1934, si conferma qui narratore e pensatore della soggettività. La sua indagine letteraria intercetta le grandi trasformazioni filosofiche e psicologiche del suo tempo, anticipando interrogativi che attraversano l’intero Novecento.

Uno, nessuno e centomila: l’eredità di Pirandello

A distanza di un secolo, il testo conserva intatta la propria forza teorica. Non tanto perché descriva una patologia dell’Io, quanto perché ne riconosce l’intrinseca instabilità.

Il gesto di Moscarda diventa così emblematico. In lui si manifesta una consapevolezza che appartiene pienamente alla modernità: l’impossibilità di coincidere con se stessi.

Oggi, tale intuizione appare persino più perspicua. Nell’epoca dei social network, in cui l’identità si costruisce attraverso immagini selezionate, narrazioni strategiche e continue autorappresentazioni, la lezione pirandelliana assume un’evidenza quasi inquietante.

L’Io digitale, moltiplicato in profili, storie e avatar, sembra confermare che l’identità non è mai un dato, ma un processo esposto allo sguardo altrui e continuamente in trasformazione.

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